Andrea Zelio Andrea Zelio Andrea Zelio

Opere

Opere

L'immaginario di Andrea Zelio poggia su realta' architettoniche e naturalistiche della pianura veneta; il punto di partenza della sua riflessione e' sempre l'ambiente in cui e' vissuto, con particolare riguardo a quegli esempi di complessi industriali che testimoniano di un fervore di attivita' svaporato nel tempo. Capannoni e ciminiere diventano peraltro protagonisti di uno scenario surreale e fiabesco (la consuetudine con la favola e' mantenuta dall'artista anche con l'impegno narrativo per l'infanzia) che sfugge alle regole della prospettiva per fluttuare nel quadro, come se si trattasse di presenze vegetali sottoposte all'urto di un vento misterioso. Il paesaggio assume cosi i contorni improbabili di un teatrino dove corpi solidi, che vagamente si richiamano a dimore abitative o a centri industriali e artigiani, si espongono a una luce talora spettrale, altre volte diffusa dal filtro di una magia che aleggia su tutta la composizione. I colori sono quelli ricavati dalle terre, nelle quali l'artista riesce a produrre una serie nutrita di tonalita basse e calde, significative di una lontananza concettuale che le situa in una dimensione temporale indefinibile. Andrea Zelio installa nello spazio, anche in sospensione, elementi rettangolari arcuati, su cui dipinge i medesimi temi quasi dentro feritoie della fantasia.
                                                                                                                    Enzo Santese

…E’ stato tramite un caro amico comune che, una dozzina di anni orsono, ormai, ho conosciuto Andrea Zelio. E prima che come scrittore, prima che come amico l’ho conosciuto come artista figurativo. Un artista dottissimo, originale, coerente ed unico nel suo aprire scenari che sanno fondere paesaggi urbani e quasi, direi, d’una industrialità primonovecentesca, con le sue ciminiere, i triangoli acuti delle coperture in fabbriche d’antan e come sbandanti da un vento carico degli emblemi più festosi e fanciulleschi della fantasia. Vessilli, pennacchi, nasi, asole, bottoni, pon-pon, palle, bastoni di zucchero pinocchieschi; con l’inserimento, naturalmente nostalgico (coadiuvato dalla drammaturgia capacità di giocarci però un po’ su) del paesaggio veneto attuale, quello superstite di case stupende coloniche abbandonate, degli alberi quasi sempre solitari (nessun boschetto, nessun filare, nessuna siepe). Soprattutto mi colpiva, mi colpisce quella perfetta e allo stesso tempo inspiegabile assenza umana, animale fra quelle cornici, fra quei colori. Mi chiedevo, mi chiedo, perché? Semplice, perché gli esseri animati dovevano entrare nelle storie che andava scrivendo, uscivano dalle tele per entrare fra le parole. Perché Andrea è veramente un artista totale, di stampo rinascimentale (alla Michelangelo, alla Leonardo, per intenderci), versatile, curioso, sperimentatore. Di lui so che oltre ai quadri e alla scrittura pratica la progettazione e la costruzione di fondali e marchingegni fantastici per il teatro, che progetta e costruisce e innalza aquiloni, che progetta e costruisce mobili bizzarri e praticissimi e colorati, che progetta e mette in opera affreschi di grandi dimensioni in locali e strutture, che scrive canzoni, che sta tentando di imparare a suonare il sax, che tutte queste cose le vieni poi a sapere come per caso, perché lui, di lui e delle cose che fa da lui non le saprai mai, e fa bene! Quindi mi chiedo cosa starà preparando, meditando, lavorando ancora… Possiede quella fantasia, quella manualità che gli invidio da morire ( io che con le mani, più che qualche carezza o qualche graffio…)…

                                                                                                                   Fabio Franzin 

 

A quale tempo appartiene Zelio? C’è in lui questa necessità di appartenenza? Vedendo per la prima volta le sue opere si sono subito affacciate domande. Mi era parso evidente il disincanto verso il presente, verso la modernità, uno di quei mali da cui è difficile liberarsi.
Molti artisti si fanno carico degli affanni, del disagio, della precarietà e della barbarie, quest’uomo invece aveva lasciato ad altri questo pesante fardello di documentazione. Sembra quasi dirci: è inutile dire del presente, lo vedete da voi, a patto che vi fermiate. E’ oltremodo curioso dover ripetere come l’osservazione necessita l’essere fermi, in un punto di stazionamento. Dono raro nella contemporaneità.
Zelio, mette a registro le sue osservazioni in una zona buia, difficile da scandagliare con strumenti razionali della tecnologia intellettiva. E’ orientato al passato il suo strumento captativo di onde emozionali, evitando prudentemente la collisione con il semplice gesto documentaristico da museo etnografico.
La sua ricerca si fa psicologica, l’attenzione non è rivolta all’oggetto in sé, alla sua forma e dimensione. Meta del suo percorso conoscitivo è aspettare quel momento in cui l’oggetto rivela delle impressioni.
Lasciano delle tracce gli sguardi, le emozioni, le parole, sugli alberi? Sui muri di una vecchia casa o sulle lisce pareti di un antico stabilimento industriale? Esiste una pellicola d’aria capace di lasciarsi impressionare da elementi così fugaci come un’emozione? E’ questo il territorio dalla trasparente fisicità dove Zelio si fa cercatore. E trovatore, in quel luogo mentale che lui chiama “Memorario”, luogo ove si sta, e che paragona a quella grotta dove Euripide si ritirava nel suo podere a Salamina ad aspettare le visioni.
Colpisce la totale assenza della figura umana, relegata oltre i confini dell’opera, forse ad espiare colpe in un lungo periodo di attesa.

                                                                                  Jan Van den Bergh

 

Crediti
Ultimo aggiornamento: 1/02/2010 - 7:38 am